La nostra missione ad Anyamá
Tutto è iniziato con un traguardo importante: il 110 e lode in matematica di mia nipote Anna. Volevo che il suo regalo di laurea fosse qualcosa che lasciasse un segno profondo, non solo un oggetto, ma un’esperienza capace di arricchire l’anima.
Essendo volontaria a Casa Serena, ho iniziato a informarmi sulle missioni e sui progetti che avrebbero potuto accoglierci. Alla fine la scelta è caduta sul centro di Don Orione ad Anyamá, in Costa d’Avorio. Una destinazione che sentivamo chiamarci, anche se ancora non sapevamo quanto ci avrebbe toccato nel profondo.
Il 17 gennaio siamo partite con quattro grandi valigie piene di doni. Ma, senza saperlo, eravamo noi quelle che stavano per ricevere il dono più grande.
I primi giorni: occhi pieni di stupore
I primi giorni sono stati dedicati alla scoperta: l’ambiente, le suore, l’organizzazione della struttura, e soprattutto loro… i meravigliosi bambini speciali. Bambini dagli occhi profondi, capaci di parlare anche senza parole. Bambini che insegnano cosa significa davvero amore incondizionato.
Piano piano abbiamo trovato il nostro posto
Io mi sono dedicata al cucito, preparando materiale utile per l’ospedale: piccoli gesti concreti, punti dopo punto, che diventavano servizio. Anna, invece, la mattina era a scuola con le maestre: laboratorio, attività didattiche e soprattutto ginnastica. Il venerdì è il giorno dello sport, un momento attesissimo dai bambini, pieno di energia, sorrisi e vitalità. Nel pomeriggio dava una mano con l’inventario dell’ospedale, mettendo la sua precisione e il suo entusiasmo a disposizione della comunità.
L’accoglienza e la bellezza
L’accoglienza ricevuta è stata qualcosa di indescrivibile. Le suore sono state fantastiche, premurose, sempre attente e sorridenti. Ci siamo sentite a casa, parte di una famiglia.
Fuori dalla struttura, la vita scorreva intensa: gli sguardi della gente, i saluti spontanei, i mille colori del mercato, i profumi del cibo, il caldo, le voci, la musica lontana. Ogni dettaglio entrava negli occhi e nel cuore.
Vedere e toccare con mano tutto quello che l’opera ha fatto — e tutto quello che ancora sogna di fare — accende dentro una scintilla. Una voglia profonda di tornare, di continuare a dare una mano, di non lasciare che quell’esperienza resti solo un ricordo.
Un arrivederci, non un addio
Il momento dei saluti è stato carico di emozione. Abbracci stretti, occhi lucidi, parole che a volte non riuscivano a uscire.
Ma non è stato un addio.
E’ stato un grande e consapevole arrivederci.
Anna Maria Montefusco







